Femminicidio: Quando l'amore non c'entra
Le cronache degli ultimi anni riportano con drammatica frequenza episodi di violenza sulle donne che troppo spesso sfociano in femminicidio. Un termine che ora indica l'uccisione della donna, ma che nei dizionari viene definito come "qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l'identità attraverso l'assoggettamento fisico e psicologico, fino alla schiavitù o alla morte", "uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento morale della donna e del suo ruolo sociale".
Quale tipo di legame esiste e quali meccanismi governano la coppia all'interno della quale si sviluppano atti di violenza che possono avere esiti tragici? È possibile tracciare un quadro di personalità del femminicida e della sua vittima?
Pur con le dovute cautele e con la consapevolezza che applicare principi generali ai singoli casi comporta il rischio di falsi positivi e falsi negativi, c'è un'immagine che può venirci in aiuto: il puzzle. Come ogni tessera ha senso in relazione a quella attigua, in quanto acquisisce significato nel completare l'altra e nell'essere completata, così in queste coppie la donna è funzionale all'uomo e viceversa. Tra di loro si instaura una dipendenza reciproca e fortemente simbiotica che agisce "sottotraccia".
Il potenziale femminicida percepisce la donna solo come funzionale al mantenimento della propria integrità. Pensandosi come soggetto, individua la donna come un'estensione di sé, un oggetto la cui funzione è parametrabile solo in base alle sue esigenze e al mantenimento dell'immagine che ha di sé. Un po' come accade inizialmente tra il bambino piccolo e l'oggetto d'amore, solitamente la madre. Con la differenza che, mentre il bambino crescendo impara a gestire la frustrazione derivante da un progressivo grado di separazione dalla madre e acquisisce la capacità di mantenerne un'immagine interna anche in sua assenza, il potenziale femminicida non regge nemmeno l'ipotesi della possibile perdita dell'oggetto del suo amore.
Quando subentrano elementi o situazioni che alterano l'equilibrio fin lì mantenuto dalla coppia — la perdita del lavoro, la nascita di un figlio, un lutto — e magari la donna minaccia di sottrarsi alla relazione o di andarsene, il femminicida precipita nell'angoscia. Gli viene meno quell'idea di sé che la partner aveva contribuito a garantire e si percepisce come frammentato. Su di lui prevale il concetto di possesso: la persona amata è vista come proprietà e il rischio di perderla scatena una grande rabbia che sfocia in violenza.
Per una donna che vive in simbiosi con il proprio partner — ossia nello stato di reciproca dipendenza di cui si è parlato — reagire alle minacce e alla violenza non è semplice. Innanzitutto perché la minaccia funziona su di lei proprio perché va ad attingere alle sue stesse paure. Paradossalmente, la donna che si trova in quella condizione sviluppa la tendenza a sopportare la sofferenza nella speranza che questa tolleranza sia riconosciuta e premiata.
Nella maggior parte dei casi, la donna che non trova la forza di andarsene o di denunciare si comporta così perché avverte l'urgenza di riempire un vuoto: ritiene che riuscire a placare l'uomo violento, garantendogli presenza e amore, le possa permettere di trovare la propria dimensione all'interno della coppia. È un "amore malato" da tutte e due le parti, un circolo perverso che in qualche modo nutre anche il senso di onnipotenza della donna che condivide con il partner la reciproca dipendenza.
Nettamente diverso è quello che, sempre ribadendo la semplificazione premessa all'inizio, viene per contrapposizione definito "amore sano": un rapporto nel quale il riconoscimento della diversità e unicità del partner, assieme alla capacità di accettare che l'altro abbia una vita propria, costituiscono un presupposto essenziale per una relazione equilibrata. L'assenza di tale condizione si palesa drammaticamente quando iniziano le minacce o scoppia la violenza.
È in questo delicato frangente che è ancora più importante che la donna riesca a cogliere il pericolo in modo lucido, percependo come la separazione e l'allontanamento costituiscano il necessario momento di rottura di un "equilibrio violento". È fondamentale, pur avvertendo il rischio, diventare consapevoli che sottrarsi all'uomo minaccioso e violento costituisce l'unica strada d'uscita per non venire "eliminata" da chi, non sopportando la perdita "dell'oggetto del proprio amore", come alternativa ne concepisce solo la distruzione.








