La Divina Commedia e la Psicoterapia

Pubblicato il
5/3/26
Psicoterapia

La Divina Commedia è un capolavoro in versi, la summa di tutto il sapere scientifico, filosofico e teologico medievale e anche un'inesauribile successione di allegorie. Un poema in cui il viaggio attraverso l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso si presta anche a metafora estremamente calzante del "viaggio" che il paziente compie dentro di sé attraverso la psicoterapia.

Tra tutte le letture possibili della Commedia c'è quella legata all'ambito psicologico e psicoterapeutico. Dalla discesa negli "inferi" fino al raggiungimento della "novella vista", il cammino psicoterapeutico procede per tappe, tutte necessarie e tra di esse collegate, che hanno come meta finale la conquista della "libertà di essere", quello star bene con se stessi che, come insegna il poema dantesco, è un traguardo che necessariamente passa attraverso un travaglio interiore.

Il Proemio della Commedia introduce subito il concetto di perdita della "diritta via", del conseguente smarrimento e della consapevolezza di non sapere come quella via sia stata smarrita. Esattamente come accade al paziente che si rivolge allo psicoterapeuta per superare il disagio psicologico che lo affligge e di cui non conosce, se non solo forse parzialmente, la ragione.

Una decisione non semplice, quella di ricorrere allo specialista, che spesso matura dopo un'alternanza di paure e speranze. Proprio questa alternanza tra paura e speranza costituisce la prima similitudine tra Commedia e psicoterapia. Così come Dante prova spavento nel leggere le parole solenni incise sulla porta infernale — "lasciate ogni speranza, voi ch'entrate" — così il paziente percepisce il suffisso "psi" della psicoterapia e, più ancora, della psichiatria: l'anticamera di un processo di cui non si conosce nulla, dal quale si teme di non poter più tornare indietro o che possa far giungere a chissà quali terribili scoperte.

Ma la speranza di Dante di affidarsi a Virgilio, sua guida, è la medesima che nutre il paziente nei confronti del terapeuta. Tanto nel primo quanto nel secondo caso, per attraversare indenni il cono rovesciato dell'Inferno dantesco — metafora della discesa nella parte più buia e sconosciuta di noi stessi — occorre una guida esperta, che sappia orientarsi tra le mille "insidie" della natura umana, estremamente sfaccettata per costituzione, nella quale convivono aspetti e sentimenti di segno opposto.

Esattamente come l'Inferno di Dante, anche i nostri pensieri sono strutturati in Gironi e il cammino del poeta guidato da Virgilio altro non è se non il percorso del paziente che da un nucleo interno sconosciuto alla coscienza, via via giunge fino alla superficie, dove affiora ciò di cui è cosciente: pensieri, emozioni, sintomi. Fino a "riveder le stelle", a riconoscersi per come si è fatti.

Comprendendo, magari, che l'invidia fa parte del corollario di sentimenti e atteggiamenti umani, ma per evitare che ci bruci dentro in eterno è "conveniente" volgerla in ammirazione, in sprone a raggiungere i risultati della persona invidiata. Perché se è ammesso che un bambino provi invidia nei confronti dell'amico che ha ricevuto in dono il giocattolo tanto desiderato, è opportuno che l'adulto traduca un sentimento simile in un pensiero volto a migliorare le proprie condizioni.

Scendere in profondità nei recessi più bui, attraversare la mota senza restare impantanati, affrontare il lato in ombra che alberga dentro ciascun essere umano e imparare a riconoscerlo in quanto tale, talvolta può risultare estremamente impegnativo. Ecco quindi che può nascere la necessità di affiancare alla guida del terapeuta un sostegno farmacologico prescritto dal medico psichiatra: un puntello prezioso che giunge in soccorso quando il paziente rischia di trovarsi di fronte a un pericolo più grande di sé.

Dopo essere sceso nelle profondità del cono rovesciato, si prospetta una prima via d'uscita: l'animo di Dante-paziente rinasce alla gioia e alla speranza tornando ad ammirare un'atmosfera dal "dolce color d'oriëntal zaffiro". È sulla spiaggia che bagna l'alto monte del Purgatorio che Dante incontra Catone, le cui domande pacate e autorevoli ricordano quelle del terapeuta che con tecnica ed esperienza verifica il procedere del percorso.

Il Purgatorio — luogo in cui i vizi derivanti dall'amore mal diretto vengono espiati — diventa emblema del passaggio a un livello superiore di consapevolezza, di una lettura di realtà nella quale il paziente comprende che la sofferenza psichica non deve essere vissuta come una colpa. Ascendere lentamente i balzi del Purgatorio corrisponde a un ulteriore passo in avanti rispetto all'acquisizione della "libertà di essere".

Nella Commedia, terminato il compito di Virgilio — guida razionale — il testimone passa a Beatrice, che rappresenta lo scarto intuitivo necessario per raggiungere un diverso livello di conoscenza e consapevolezza. Attraverso un paziente processo di accompagnamento, Dante-paziente ritrova il benessere, lo stare bene con se stesso. È il raggiungimento della "novella vista": lo sguardo che permette di coniugare il libero arbitrio con la cosiddetta morale comune, l'equilibrio tra ciò che è intrapsichico e personale e i pensieri e affetti "educati" secondo le norme sociali, senza che questo causi una sofferenza psichica.

Interessante, a proposito di questo equilibrio, il riferimento a due personaggi locali citati nella Commedia: Ezzelino III da Romano e la sorella Cunizza. Lui viene posto nel VII cerchio dell'Inferno, quello dei violenti; lei in Paradiso, nel terzo cielo di Venere. Accomunati dal vincolo fraterno, cresciuti nel medesimo contesto, rappresentano gli esiti di scelte e percorsi diversi: la brama di potere e di sangue nel caso del primo, il desiderio di amare che — nonostante le dissolutezze — salva la seconda, che ha trovato la sua via per raggiungere l'equilibrio.